DEL REDDITO GARANTITO COME AUTOREGOLAZIONE DEL CAPITALE
E GESTIONE DELLE CONTRADDIZIONI DI CLASSE


[...] La crisi attuale del capitale è legata alla sua ristrutturazione. La posta in gioco è quella di riuscire a realizzare quest’ultima senza creare un’instabilità minacciosa per la sopravvivenza del capitalismo. Per il momento la coercizione e l’apatia l’hanno sostenuto, ma esso saprà al momento debito utilizzare strumenti più sottili. Una cosa è certa: il ruolo dello Stato come strumento regio ed essenzialmente di mantenimento della pace sociale raggiunge oggi tutta la sua acuità.
All’inizio del capitalismo, lo Stato ha il compito di estendere le infrastrutture di cui lo sviluppo del capitale ha bisogno. Una delle sue contraddizione a quel tempo è di non potere — salvo in certi casi — incaricarsi di questi investimenti primari. Soprattutto perché il mercato di cui ha bisogno non esiste ancora completamente. Tutti gli sviluppi economici e tecnici sono dunque, a quest’epoca, legati ai bisogni del capitale. Non dimentichiamo che lo Stato è completamente legato alla borghesia e che la sua posizione e la sua evoluzione seguono, così come quelle del capitale, gli sviluppi della stessa classe. A quest’epoca lo Stato è lì per garantire l’installazione del capitalismo, la costituzione di una classe omogenea e la suddivisione della società.
Dopo la crisi del ‘29, il capitalismo trova il proprio tornaconto nelle tesi keynesiane e nell’ascesa dello Stato-Provvidenza (con la relativa illusione che quest’ultimo possa essere motore e regolatore del mercato e delle sue contraddizioni). In effetti lo Stato può intervenire solo come sostenitore (è il caso dell’armamento, quando rimborsa il non venduto a Dassault, Matra e soci) o come “creatore” di un mercato, ma non come motore-gestore di un sistema globale. Il suo compito è garantire la pace sociale, che questo avvenga reprimendo le manifestazioni di disoccupati negli Stati Uniti oppure, più sottilmente, attraverso il Fronte Popolare in Francia.
Dopo l’intermezzo delle guerre imperialiste negli anni ‘39-’45, questo Stato-Provvidenza si rinforza. È il famoso periodo dei "favolosi trenta". Il capitalismo è florido, la propaganda promette l’avvento di una società della "classe media" in cui ciascuno sarà a proprio agio, in cui i rapporti di classe cesseranno di essere conflittuali dal momento che regnerà la classe media, in cui ognuno troverà le proprie opportunità... Ma malgrado tutto ciò, i conflitti di classe si esacerbano, i livelli di vita dei poveri e dei ricchi aumentano, ma quello dei ricchi più veloce degli altri. [...]
Poi venne lo scherzo cattivo della "crisi". [...] Questo fenonmeno non è per nulla una fatalità o il risultato di una mancanza di fortuna. Il periodo di crisi cominciato agli inizi degli anni Settanta corrisponde a un periodo di ristrutturazione del capitale. In effetti, il capitalismo cambia regolarmente forma [...]. Il fondo resta ben ancorato, ma l’organizzazione e la forma strutturale si sono evoluti dopo trenta, sessanta o cent’anni. Ci troviamo dunque in un periodo nel quale il capitalismo cambia pelle. Il che lo conduce verso nuove contraddizioni, oltre determinate forme lavoro e determinati bisogni ormai caduchi. Ma tutto ciò non lo rimette in causa, il caos perpetuo della vita del capitale è addirittura una delle sue forze.
Una delle sue contraddizioni attuali è di non aver più bisogno di una grande massa di lavoro per aumentare la produttività e il plus-valore. Almeno nei paesi ricchi dell’Occidente. Dopo l’ipertrofia del terziario, siamo passati a un’economia del quartenario — cioè del lavoro a forte valore in sapere (alta tecnologia, ricerca e sviluppo...). Il che pone il problema, dal punto di vista sociale [...], della messa fuori-gioco di una grande parte della popolazione. Popolazione che occorre continuare a controllare.
Oggi, nelle prospettive del suo sviluppo, due domande s’impongono al capitalismo. Come si autoregolerà il mercato? Quale forma deve assumere il controllo sociale?
Certo, delle risposte sono fornite tutti i giorni dall’esistenza stessa dell’economia e di questa società. Il mercato funziona e il controllo sociale lo subiamo tutti e tutte. Ma le risposte non sono mai definitive e la riorganizzazione del capitale iniziata alla fine dei “trenta gloriosi” non è ancora compiuta.
Il mercato trova il proprio equilibrio in seno alle pressioni esterne, alle evoluzioni; in questo senso si autoregola. Anche se il periodo dello Stato-Provvidenza è alle nostre spalle, il ruolo dello Stato e delle istituzioni nel funzionamento dell’economia non è trascurabile.
I teorici del capitalismo — chiamati anche neo-classici — avanzano cinque ipotesi che devono definire il quadro della vita e dello sviluppo del capitale. Queste ipotesi sono quelle della concorrenza pura e perfetta. [...] Se le cinque ipotesi neo-classiche fossero applicate, ci sarebbe un disastro sociale e dunque un fattore d’instabilità. Il capitalismo ha questa funzione di adattarsi alle condizioni esterne, ma anche quella di influire su di esse.
I teorici neo-classici sono le teste pensanti dell’economia liberale; non è dunque un caso se i piani strutturali del Fondo Monetario Internazionale sono elaborati a partire dalla loro teoria.
Il capialismo si adatta a molte situazioni (i bolscevichi in Russia, ad esempio, non hanno di fatto ostacolato il suo sviluppo). Esso ha una capacità di integrazione anche di ciò che è più sovversivo. Ciò che importa per la sopravvivenza del capitale è la pace sociale. Si tratta di uno dei compiti maggiori del ruolo regio dello Stato. Il reddito sociale garantito può essere un fattore di regolazione del capitale nel senso che può stabilizzare la situazione sociale.
Come si vede, la canalizzazione delle popolazioni è una posta in gioco fondamentale per il capitale. Che ciò avvenga costruendo delle prigioni oppure, come nelle megalopoli americane, innalzando delle passerelle per evitare che gli yuppies debbano camminare per strada come tutti gli altri. Il reddito minimo è senza dubbio un mezzo più sicuro di controllo sociale. Non è di certo per spirito umanitario che esso viene concesso, bensì perché il capitalismo attuale troverebbe il suo tornaconto in una pace sociale pagata da ciò che resta dello Stato-"provvidenza". Uno dei ruoli del lavoro è stato quello di mantenere la popolazione nella sottomissione e nella paura. Dal momento che le condizioni economiche non permettono più di mettere tutti al lavoro, bisognerà pur trovare qualcos’altro.
Lungi dall’abolire o dal mettere in discussione il salariato, il reddito garantito lo rafforza. Solo lo Stato è nella condizione di concederlo. E ciò pone il problema di un rapporto apparentemente individuale con lo Stato, quando il ruolo di quest’ultimo fa parte invece di un meccanismo più ampio. Nel senso che lo Stato serve innanzitutto degli interessi di calsse, opposti a quelli di chi lo subisce. Fermarsi a un rappporto individuale significa negare tale meccanismo e condannarsi dunque a non poterlo mai superare. L’ottenimento di un salario sociale non avverrà mai senza una contropartita. Oltre alla minaccia che lo Stato potrà esercitare, lorsignori ci giocheranno anche il tiro delle attività socialmente utili; e sarà ben difficile sfuggirvi...
Oltre al fatto che può essere la soluzione per manenere il controllo e la pace sociale, il reddito minimo permette al capitale di superare le sue contraddizioni attuali. In particolare, di gestire la ristrutturazione del lavoro. Certi economisti come Milton Friedmann avanzano l’idea di un reddito minimo garantito di 500 mila lire al mese. Un individuo che prende mezzo milione al mese si vede costretto a cercare un reddito supplementare sotto forma di lavori precari (a tempo parziale, sottopagati, sottoprotetti...). Questo tipo di reddito minimo non ha nemmeno bisogno di pretendere dagli individui una qualche contropartita in lavoro — di fatto ciò viene imposto attraverso il livello stesso del reddito — e permette in più uno sviluppo della flessibilità associato a un abbassamento del costo del lavoro (una delle principali esigenze del capitalismo attuale). L’economista Yann Moulier Boutang, difensore del reddito sociale, lo presenta come "un filo di protezione" che permette lo sviluppo dell’economia liberale. Lo introduce persino come elemento di rilanccio economico e finisce con l’affermare che "il reddito garantito è un fattore di creazione di posti di lavoro normali". Per spingersi ancora più lontano nell’integrazione del reddito minimo al funzionamento del capitalismo, Yann Moulier Boutang, nel suo testo Un nuovo New-Deal è in cammino, apparso nell’insipido giornale Occupation, ci dimostra che il reddito sociale si adatta al nuovo salariato, il quale è "un’economia del lavoro a intermittenza, del lavoro onnipresente...".
Si vede come il reddito garantito non è portatore di emancipazione sociale. Appena appena una risposta di emergenza, che possiamo lasciare agli specialisti della gestione [gestionnaires]. È chiaro che in quanto classe noi dobbiamo impegnarci in lotte concrete come quella contro i tagli di acqua e di elettricità, oppure per l’occupazione degli spazi... anche se non sono la panacea di fronte alla forza del capitale. Ma non abbiamo nulla da rivendicare, poiché la posta in gioco non è nient’altro che la riappropriazione delle nostre vite. Dobbiamo solo strappare ciò di cui abbiamo bisogno. E in quei momenti, attraverso la dinanmica della lotta, si apre le prospettiva di sbarazzarci del peso dei rapporti mercantili, del produttivismo, dell’ottimizzazione di ogni secondo... È là che si costruisce il mutuo appoggio, che finalmente tutto appartiene a tutti, che gli scambi avvengono sui bisogni comuni... insomma, il comunismo!

Tranquillou , Parigi, marzo 1998.